Va bene cara lettrice porcellina, caro lettore porcellino. Ti sei sorbito un po’ di riflessioni. Magari le hai pure apprezzate. Potresti aver scoperto qualcosa di nuovo e interessante. Ma vuoi iniziare a mangiare un po’ di ciccia!! Dove sono questi mirabolanti racconti da “Mille e una Notte” in salsa piccante? Hai ragione; oggi partirò con il primo di una lunga serie. I fatti qui narrati, come tutti gli altri scaturiscono dalla fantasia dell’autore e ogni riferimento a fatti e persone realmente esistenti è puramente casuale. Oppure invece sono tutti fedeli resoconti di quanto realmente vissuto e sperimentato?
Vidi la donna parlottare confusamente al telefono. Impallidire. Poi arrossire. Appariva incredula e credo avrebbe voluto scomparire all’istante. Eppure, i segnali premonitori avrebbero dovuto farei capire subito il tragicomico epilogo. L’uomo misterioso con cui si era accordata per una serata speciale non rispondeva da alcune ore né alle telefonate né ai messaggi che lei mandava ansiosamente. Un silenzio totale. Oggi lo chiamano ghosting. In queste situazioni, come accade sovente, lei si provava a dare mille spiegazioni (è impegnato, non ha letto..) e via via si insinua un sospetto crescente. Lui non c’è, non ci sarà. Lui non esiste. Lui ci prende in giro. Lei, con il suo vestitino nero corto, le autoreggenti e il tacco alto era pronta alla sua serata di erotismo e trasagressione. Tutto era pronto, tutto meticolosamente organizzato. Ma crollò. Inevitabilmente Nel modo più beffardo, ironico e sorprendente.
Dall’altra parte del telefono, si decise infine a rispondere quando ormai era sera inoltrata, non c’era un uomo. C’era un ragazzino. Confessò candidamente di avere quindici anni e di aver semplicemente voluto scherzare. Non sarebbe ovviamente venuto; nel luogo dove avevamo deciso di recarci non sarebbe neppure stato ammesso. Povera ragazza! Da un lato mi dispiaceva per lei. Ma dall’altro una certa perfida soddisfazione mi stava invadendo. Ormai era incastrata: non poteva sganciarsi e non aveva modo di tornare a casa sua distavante molti chilometri, perché non era venuta da sola.
Sua sorella, anche lei magra, slanciata e vestita allo stesso modo era con lei. Giunte con la stessa automobile. Sapevo che era in trappola. Sapevo che non avrebbe avuto modo tirarsi indietro. Era tardi. Era troppo tardi per lei. Lo sapeva lei, lo sapeva la sorella. Lo sapevo io. Ne avrei approfittato senza alcun ritegno. Non avrei dato tregua. Era IL momento e lo avvertivo con sicurezza. Ci sono momenti in cui un Lupo sa esattamente cosa fare. Cosa dire. Come farlo. Soprattutto QUANDO farlo. Il momento era esattamente quello. Le guardai ironico, divertito. Ma soprattutto le guardai in modo dominante. Ricordo le parole esatte che pronunciai malizioso: “ragazze, ora cosa facciamo?”. Silenzio. Si guardarono senza osare una replica. Cosa c’era da dire infatti? Quale risposta avrebbero potuto dare? La mia frase successiva fu senza appello. Un solo ordine secco che non ammetteva, neppure lui, replica. Mi sedetti sul divano. Allargai le gambe. “In ginocchio ragazze, tutte e due”.
La serata stava prendendo una piega inaspettatamente piacevole. Non l’avevo pianificato. Era successo e basta. La prima sorella, P, era una mia compagna occasionale di giochi da qualche tempo. Abitava distante dalla città dove vivevo, ma immagino le piacesse trascorrere momenti piccanti con me. Ogni tanto veniva a trovarmi. A casa e perfino in ufficio. Non era una relazione e in realtà non avevamo molto da dirci. Al tempo ero molto meno sensibile ed empatico di quanto sia diventato oggi. Ero onesto, questo sì, di quella brutale onestà che ogni donna preferisce alla menzogna. A parte questa qualità non ero altro che un giovane uomo avido di esperienza . Fra me e P vi era sesso, solo sesso. Crudo e diretto. La donna aveva un corpo magro e gambe lunghe che si aprivano senza difficoltà. Amava il piacere e le piaceva il mio modo di darglielo. Presuntuoso? Forse; ma la prova più evidente di questo era il semplice fatto che continuasse a cercarmi e accettare i miei inviti. Tornava quando la chiamavo. Non posso non pensare che le andasse bene questa situazione priva di coinvolgimento. Ignoravo se vedesse altri uomini e non mi importava. Era, a suo modo, un rapporto onesto
Un giorno mi parlò di sua sorella, di S. Anche lei libertina nell’animo, incontrava uomini per avventure senza un domani. Aveva, così mi disse la mia amica, conosciuto un “bel tipo” e lo voleva incontrare. Anche questo presunto uomo abitava nella mia città. Il progetto era il seguente: sarebbero venute entrambe a casa mia un sabato verso fine pomeriggio. Lì ci avrebbe raggiunto il quarto e saremmo andati a trascorrere la serata presso l’Overside. Era il club che fra tutti prediligevo fra i molti, anche più conosciuti e prestigiosi. L’ambiente era un compromesso soddisfacente, sospeso fra eleganza non pretenziosa e una clientela affabile Era il mio covo. Per mille motivi. Vi si ammettevano solo coppie, salvo una serata intitolata elegantemente “pluralité masculine” e che io evitavo accuratamente. Poi le due sorelle sarebbero rimaste a dormire da me per ripartire con calma il giorno dopo.
Si prospettava una serata interessante. Ma un granello di sabbia era arrivato a inceppare l’ingranaggio Un granello non da poco. Il quarto era un fantasma. La macchina però era partita e non si poteva più fermare. Immaginavo già il mio ingresso trionfale al club in mezzo a due donne. Sarei stato un piccolo principe, sicuramente guardato e invidiato. Ma prima ne avrei approfittato privatamente. Eravamo, anzi erano, leggermente brille dato che avevano bevuto parecchio. Si erano cambiate e passato un tempo che mi parve interminabile in bagno. Ne uscirono sexy e pronte. Finché il progetto crollò e si ritrovarono di fronte a me.
Si inginocchiarono imbarazzate; non avrebbero immaginato di trovarsi in quella situazione. Né io avrei osato sperarlo. Successe e basta. Adoravo e adoro il brivido di portare una donna, senza alcuna manipolazione né costrizione, al suo limite estremo e alla conoscenza profonda delle sue pulsioni. Anche allora, quando non ero che un cucciolo di Lupo ancora inesperto. Non fui né delicato, né dolce. Non era il momento. Non era quello che volevo. Non era quello che loro stesse volevano. Mi slacciarono i pantaloni. In pochi istanti fui nudo. Con le cosce aperte e le loro due teste affiancate. Non avevano bisogno di ulteriori ordini. Avvertii subito il calore umido delle loro lingue. L’imbarazzo era cessato. Talvolta è molto più semplice passare subito al sesso che parlarne. Sapevano cosa fare benché di certo fosse la prima volta che condividevano un banchetto così particolare. Entrambe. Non perdevo un istante con gli occhi. Leccarono lentamente tutto il cazzo, fino a giungere alla cappella gonfia e paonazza. Finché le loro bocche si intrecciarono. Era il sogno di ogni uomo. Avevano trovato il ritmo giusto. A tratti una scendeva a leccarmi le palle mentre l’altra si ingozzava fino in gola. Poi riprendeva il gioco a due lingue. Gemevo, le fissavo, mi inarcavo sempre più. Avrei potuto andare avanti all’infinito. Mi sentivo in controllo totale e non avevo paura di venire troppo presto. Però volevo anche altro.Volevo tutto.
Ordinai loro di togliersi il vestito. Le lasciai solo con autoreggenti e tacchi. Poi dissi loro: “su, andiamo in camera”. Pochi passi e ci arrivammo. La grande luce rossa e diffusa che sempre rischiarava le mie avventure erotiche si accese. P e S attendevano. Ebbi distintamente la sensazione che non desiderassero altro che seguirmi, seguire le miei indicazioni, seguire il flusso della mia energia. “A quattro zampe, forza, fianco a fianco. Inarcatevi bene!” Lo spettacolo che mi si presentò era a dir poco meraviglioso. I corpi di entrambe erano eleganti e sinuosi. Si stavano offrendo senza ritegno. Potevo prendermi ciò che volevo. Vedevo distintamente le loro fighe. I loro culi. I loro ani. Stretti e scuri. Li avrei penetrati e aperti; ero certo che non si sarebbero opposte.. Ma volevo prima assaggiarli. Mi chinai e iniziare a leccarle da dietro, prima una poi l’altra. Le loro fessure erano indubbiamente umide. La situazione le eccitava nonostante tutto. Qualunque donna (già allora lo avvertivo confusamente), messa nel contesto giusto è in grado di stupire sé stessa, provando piacere a superare i suoi limiti. Tutto sta a condurla nel modo giusto, ovvero quello che oggi ho compreso: entrare in risonanza con lei.
Non dissero nulla quando iniziai a spingere la lingua nel loro ano. Neppure quando saggiai il loro grado di rilassatezza con le dita. Era meraviglioso! Il cuore scoppiava per l’emozione violenta che provavo. Con le mani le stuzzicavo allo stesso tempo. Prima un dito, poi due, violavano la loro intimità. Spingevo e frugavo mentre loro gemevano. “Adesso verrete inculate. Entrambe”. Decisi di iniziare da S, quella che non conoscevo fino a poche ore prima. Strofinai sul suo ano. Bastò una leggera spinta e si aprì. Non mi ero sbagliato. Era pronta e amava il sesso anale. Vidi P girarsi, per guardare la scena. La donna gemeva senza ritegno. Iniziò rapidamente a toccarsi mentre la sfondavo senza alcuna dolcezza. Poi toccò a P. Anche lei non oppose resistenza. Ne ero certo, dato che la conoscevo già. Continuai a lungo. Passando dall’una all’altra. Vedevo i loro buchi sempre più slabbrati, arrossati. Aperti.
Terminai la danza quando lo decisi io. Doveva essere la mia fantasia fino alla fine e ordinai loro di inginocchiarsi per terra fianco a fianco. Aprirono le bocche senza che io dovessi dire nulla. Gli schizzi arrivarono. Copiosi, densi. Coprirono le loro labbra, le loro lingue protese. Le loro guance. I loro colli. E fui attento a non fare differenze. Ne ebbero una quanto l’altra. Quando finii fu S ad avventarsi per pulire tutto e far sparire di nuovo il cazzo nella sua bocca. Finché non si sgonfiò.
Ci riprendemmo lentamente. Ci lavammo e ci ricomponemmo. Ancora qualche brindisi e fummo pronti per recarci al locale.
Questi si trovava seminascosto e clandestino, in via elegante e discreta, avvolta nel silenzio. Conoscevo bene quel cammino verso la perdizione. Conoscevo quella strada di negozi chiusi e saracinesche abbassate. Poche automobili rompevano la quiete scorrendo rapide. Poi altri rumori ben più interessanti risuonavano. I tacchi alti delle signore, spesso a braccetto dei loro accompagnatori. Riconoscevo ormai immediatamente le coppie dirette al club. Alcuni erano decisi, e sapevano dove dirigersi. Altri cercavano fra i cancelli il numero civico giusto. Altri ancora fingevano indifferenza. Nell’aria potevo avvertire tutta la gamma delle emozioni che aleggiavano: desiderio, curiosità, tremore, dubbi. Io ero molto tranquillo; nulla avrebbe potuto andare male. Ero lì, accompagnato da due donne eleganti e sorridenti. Ero il re del mondo.
Nessuna delle due era mai stata in un luogo di perdizione simile. Mentre io ero, per così dire, di casa. Sarei stato il loro Virgilio, il loro Caronte. Un anonimo cancello di ferro era aperto Lo superammo e ci trovammo nel cortile di un edificio moderno. Di fronte a noi una scalinata scendeva nelle viscere del palazzo. Come una discesa agli inferi. Percorremmo i gradini. Pochi passi dopo vedemmo stagliarsi alla nostra destra una porta di legno, munita di una feritoia protetta da una grata di metallo. Questa si aprì quando suonammo il citofono.
Un viso maschile ci guardò velocemente. Mi chiedevo sempre quanto vi fosse di rituale in quello sguardo indagatore, dato che una telecamera posta in alto aveva già permesso di vedere chi stava per entrare in quel luogo. La porta venne aperta e fummo salutati con educazione e il formalismo che facevano parte dello charme del luogo. Fummo discretamente osservati per verificare che rispettassimo il dress code. Nei locali al tempo erano assai rigorosi in merito, ben consci che la differenza fra un’orgia elegante e un volgare scannatoio passa anche per mille piccoli dettagli. Avevo visto persone a cui era stato rifiutato l’ingresso. Anche solo per un paio di scarpe troppo sportive. Noi eravamo vestiti convenientemente: indossavo un completo scuro (di cui lasciai subito la giacca nel guardaroba posto subito oltre l’ingresso) una camicia bianca e scarpe nere eleganti. Le due sorelle erano quasi uguali, nel loro vestito nero, corto e aderente e nel loro tacco alto. Inappuntabili.
Un breve corridoio piegava a gomito verso destra. Da lì si accedeva alla zona bar, con tanti tavolini e angoli discreti in cui intavolare conversazione. Più avanti, la zona discoteca iniziava a popolarsi di coppie. Diversi cubi, alcuni muniti di una sorta di gabbia, permettevano alle più esibizioniste di farsi guardare e desiderare. Lo champagne iniziava a scorrere, le persone a rilassarsi. Molti si conoscevano e li vedevo chiacchierare come vecchi amici. Li osservavo divertito, ben sapendo che di lì a poco la magia avrebbe operato. Questi rispettabili padri e madri di famiglia, stimati professionisti sarebbe diventati come animali anelanti l’assoluto. Ero osservato, me ne rendevo conto. Il locale ammetteva solamente le coppie, ma un uomo accompagnato da due donne, nessuna delle quali aveva l’apparenza di una prostituta, era uno spettacolo inconsueto. Le sorelle erano adesso coinvolte e le loro guance erano arrossate dal vino e dall’eccitazione. Iniziarono a scatenarsi in pista, mentre sconosciuti si strusciavano su di loro in modo più o meno volontario. Per un po’ stetti ad osservarle, poi mi unii. Adoravo quel preludio e la musica che suonavano era travolgente. Perché affrettare le cose quando si poteva far salire ancor di più la tensione erotica? Non è forse il ballo l’imitazione più socialmente accettata dell’atto sessuale?
Solo quando avvertii che il momento era giunto le presi a braccetto e varcammo le pesanti tende in velluto che nascondevano la parte più segreta del locale. Quello era il vero girone dantesco. Nella penombra di angusti e segreti corridoi si aprivano numerose stanze, grandi e piccole. Gemiti, sospiri, sussulti…. un odore di sesso e di corpi nudi aleggiava nell’aria. Mi prese la vertigine. L’Ego di ciascuno si annullava in un rituale dal selvaggio sapore pagano. Tutto si fece confuso nei miei ricordi. Mani, bocche, sfioramenti. Era l’annullamento del sé. Una parentesi fuori dallo spazio e dal tempo. Fuori dalle convenzioni. Fuori dalla normalità. Una sorella sparì. Ricordo confusamente che scopai selvaggiamente l’altra all’angolo sinistro di una grande stanza, dominata da un enorme letto ottagonale sul quale si alternavano coppie, trii, mucchi indistinti. Forse in quel mentre altre mani femminili mi toccarono. O forse allungai io le mani su altri corpi. Poi ricomparve l’altra. La serata durò a lungo; prendemmo un taxi quando fuori una luce livida annunciava l’alba