Un nuovo capitolo, un nuovo racconto erotico. Appartiene a un periodo in cui ero più superficiale e soprattutto assai meno consapevole delle dinamiche.
Stavo girando in tondo e me ne rendevo contro. Un’insoddisfazione cresceva lentamente in me come un’ombra. Chattare, sedurre, portare a letto…. e poi? Uno schema vissuto molte volte. Mi piaceva quel gioco, mi era sempre piaciuto. Avevo conosciuto così molte donne, timide e disinvolte, simpatiche o diffidenti. Con alcune, poche, avevo avuto il desiderio di rivederle e instaurato brevi relazioni.
Il mio nemico era dentro di me e lo conoscevo bene: la noia. Il desiderio di spingere l’asticella più in altro. La voglia di superare il limite del convenzionale per entrare nel mondo oscuro che alcuni chiamano perversione, altri libertà. Volevo tornare alla Tribù dei Libertini da cui mi ero volontariamente e violentemente allontanato. Quale errore!
Volevo tornare in quel mondo, quel mondo privo di ipocrisia. Volevo tornare nel paese dei balocchi in cui ogni desiderio può essere soddisfatto. In cui non si giudica e non si viene giudicati. In cui tutti trovano il proprio spazio e la propria dimensione. Ma non ci sarei mai tornato da solo, io che nei miei anni all’estero avevo avuto complici, amiche, compagne di gioco. Donne con cui l’intesa era stata forte e intensa.
No, non avrei mai fatto parte della malinconica schiera di singoli che, simili a cani randagi, aspettano venga loro gettato un osso su cui buttarsi famelici. Non mi sarei mai messo nella posizione di supplicare. Volevo una complice. Volevo la MIA complice. Non me ne rendevo ancora conto, tutto era ancora confuso nella mia testa. Sapevo che volevo incontrare una ragazza che non fosse il divertimento di una sera, e neppure di qualche settimana. Volevo una donna a cui mostrarmi senza vergogna. Una donna a cui mostrarmi per quello che era, senza dovermi nascondere. Una donna con cui ci saremmo capiti al primo sguardo.
Il destino è bizzarro, o meglio sembra bizzarro prima di comprenderlo; quando si è pronti dentro a fare un certo tipo di incontro, come per magia, questo arriva. Non è il caso né la fortuna. Non credo alla fortuna nelle relazioni umane. Credo che le cose avvengano quando noi, consciamente o meno, le provochiamo. Il mio destino in quel momento aveva un nome: si chiamava Ariel.
Un inizio come molti, un sito che non prometteva molto e dal quale non avevo mai ottenuto nulla. Improvvisamente una ragazza mi rispose. Il suo tono era freddo e asciutto. Quasi si trattasse di una transazione e non, invece, di corpi, sudore ed emozioni. Le foto che mi mandò erano sciatte e sfocate. Non sembrava nulla di speciale. A priori nulla mi attirava in quel profilo di donna che mi aveva risposto. Avrei potuto, come mille altre volte, cavarmela con una risposta educata di circostanza e lasciar cadere. Non lo feci.
C’era qualcosa in quella apparente freddezza, un pizzico allo stomaco che mi incitò ad andare avanti. Accettò senza obiezioni la mia richiesta di numero telefonico. Seppi solo in seguito che quella mia decisione era stata l’elemento che la convinse inizialmente. In un mondo in cui tanti parlano, ma non tutti si fanno davvero avanti, in qualche modo spiccavo. Era un settembre ancora odoroso di spiaggia e sole. La grande città riprendeva pigramente il suo ritmo abituale.
La prima telefonata mi lasciò sensazioni contrastanti; da un lato Ariel era una persona non certo incline a lasciarsi andare, controllata e fredda (anche questo lo scoprii sempre dopo, era una maschera). Dall’altro una donna che sapeva ciò che voleva, che non faceva le mille ipocrite sceneggiate che tante volte in passato mi avevano profondamente irritato.
Non mi disse le famose frasi: “di solito non lascio subito il numero, è la prima volta che incontro, non è da me…”. Non aveva bisogno di inventare alibi. Non aveva bisogno di trovarsi scuse o giustificazioni. Era onesta con sé stessa. Di conseguenza lo era con me. Ci sono ben poche qualità in una donna che apprezzi più di questa.
Discutemmo del primo incontro. Lei non era contraria a un appuntamento di sesso. Mi colpì, la ricordo ancora, la sua frase: “chiedo solo di potermi tirare indietro se non mi piaci di persona”. Fu come un colpo allo stomaco. Non ero (più) abituato a tanta franchezza. La rassicurai sul punto: la regola era sempre la stessa, mai avrei voluto che una donna facesse qualcosa controvoglia o si sentisse obbligata perché ormai eravamo lì. Approfittando del fatto che non eravamo molto distanti, le proposi un cosiddetto incontro conoscitivo. Una colazione assieme per fare due chiacchiere e capire se il feeling fra di noi ci fosse o meno.
Ero emozionato in quella mattina di settembre. La vidi arrivare, ci accomodammo nella sala del bar (sarei in grado di mostrarvi esattamente il nostro tavolino!) e ci sedemmo a parlare del più e del meno. Non cercai di sedurla, fui semplicemente me stesso. Lo sconcerto che avevo provato già telefonicamente si accrebbe.
Cercavo infatti di intuire dai suoi sguardi, dai suoi sorrisi dal suo linguaggio del corpo se le potessi piacere o meno; in genere è un esercizio in cui sono maledettamente bravo. Ma in quella occasione… nulla. Era un vetro opaco da cui le emozioni non trasparivano. In compenso era assai più bella di quanto apparisse in foto. I suoi occhi, benché velati da una barriera, erano belli ed espressivi, il corpo armonioso. E la bocca, la sua bocca era meravigliosa. Carnosa, con una sorta di broncio. Non ne distolsi mai lo sguardo. Quando ci salutammo lei non disse nulla. Ed io ebbi la netta sensazione di aver fallito il test. L’avevo persa. Non avrei mai baciato quella bocca, non avrei mai spogliato quel corpo. Non avrei mai visto quegli occhi godere. Ero deluso. Ero incazzato.
Eh già, vi ho detto che ero assai meno evoluto di quanto non sia oggi!
Resistetti alla tentazione di chiamarla o scriverle per sapere… non volevo fare la figura del disperato. Ma di lì a poco squillò il mio telefono. Era lei. Ancora una volta non dimenticherò mai la frase che mi disse e che mi parve quasi incongrua nella sua freddezza: “per me è ok”. Quello, quello fu un gran bel momento. Bruciavo dal desiderio di possederla, ma sapevo che avrei dovuto aspettare un interminabile week end. Ma sapevo che sarebbe dovuta passare nei pressi del mio ufficio per rincasare e le chiesi se le andasse di farci un saluto al volo. Con mia sorpresa accettò.
Erano circa le diciotto quando la vidi avvicinarsi da lontano mi emozionai di nuovo. Aveva detto che era “ok” per lei. Quindi non appena si avvicinò la strinsi fra le braccia e la condussi in un angolo del parchetto per baciarla. Quel bacio mi svelò di Ariel più di tutto il resto. La barriera era crollata istantaneamente. Mi risposte con un trasporto che mi lasciò di stucco. Ci baciammo a lungo, ci assaggiammo a lungo quasi disperatamente e i nostri corpi erano letteralmente incollati. E’ uno dei baci che ricorderò tutta la vita. Il primo bacio di Ariel.