I Giochi Pericolosi: la Escort e il Manager

La fantasia era lì nella mia mente da tempo, fin da quando mi erano state affidate le chiavi dell’ufficio e il codice sicurezza per il semplice motivo che ero il dipendete ad abitare più vicino in caso di emergenza. Negli anni a cui risale queesta avventura di smart working non si parlava; era del tutto plausibile che io mi recassi durante il fine settimana per lavorare a qualche presentazione o dossier.  Avevo vissuto e pregustato questa fantasia nella mia immaginazione; ogni volta la scena si arricchiva di nuovi dettagli. Ero pronto. Avrei approfittato di quella libertà e ne avrei approfittato a modo mio per vivere e far vivere una situazione particolare in una grigia e anonima domenica. Avevo però bisogno di una complice, della complice giusta con cui realizzarla. Avrebbe dovuto essere una sconosciuta. Una sconosciuta abbastanza audace, abbastanza sicura di sé. Abbastanza spericolata o incosciente da accettare il mio invito.

Non vi sarebbe stato alcun incontro preliminare, nessun nessun caffè. Nessun luogo pubblico le avrebbe dato il tempo e la protezione per valutare chi aveva di fronte. In quel luogo sarebbe stata in mia balia e nessuno avrebbe potuto udirla. L’ufficio si trovava infatti in un elegante quartiere del centro, dedicato al business e dominato da uffici. Non vi abitava pressoché nessuno. Durante la settimana le strade e i marciapiedi brulicavano di persone, di automobili, di negozi e di attività. Ma nel week end scendeva un silenzio quasi irreale. A qualche centinaio di metri, certo, il centro turistico era come sempre vivace e animato. Ma non lì.

Ricordo perfettamente il batticuore mentre la linea 13 della metropolitana mi conduceva lungo il mio abituale percorso quotidiano per andare a lavorare. Ma non stavo andando a lavorare!😉  Percorsi la strada semideserta verso l’ufficio fra le serrande abbassate. Mi trovai di fronte all’imponente edificio, salii le scale fino a raggiungere la porta di ingresso di quello che era stato in origine un ampio appartamento ma che ora ospitava la società per cui lavoravo. In tutto il palazzo non si udiva un suono. Infilai la chiave nella toppa ed entrai. Potevo udire i miei battiti nel silenzio ovattato che mi avvolgeva. Un suono stridulo mi avvertì che l’allarme di sicurezza era scattato; disponevo di trenta secondi per digitare il codice con le dita che tremavano leggermente. Mi sedetti poi alla mia scrivania e subito squillò il telefono. Era la security che mi chiese chi fossi e la parola d’ordine. Conoscevo la risposta.

Dovevo solo aspettare che la mosca si posasse sulla ragnatela che avevo tessuto con pazienza per divorarla. Ero vestito di tutto punto: gessato grigio, camicia azzurra e cravatta. Questo prevedeva la recita. La ragazza che attendevo, se avesse rispettato le regole, si sarebbe abbigliata da escort. Questo era il gioco. Questa era la fantasia. Questa era la mia proposta quando la agganciai in chat. Lei sarebbe stata una prostituta di alto bordo che si sarebbe presentata al mio ufficio. Semplice. Crudo. Diretto. Fui stupito quando disse di sì. Qualcosa nella mia voce o nel mio modo di esprimermi doveva averla tranquillizzata. Ma in queste situazioni il dubbio rimane sempre: si sarebbe presentata davvero? mi aveva preso in giro? si sarebbe tirata indietro all’ultimo? Il dubbio e l’eccitazione si confondevano in me. Non amo le cose scontate e facili. Fino all’ultimo non sapevo cosa sarebbe accaduto e avrei benissimo potuto tornare a casa scornato. Lei avrebbe potuto in qualunque momento scrivermi “non me la sento”, “ho cambiato idea” o peggio non rispondere più ai miei messaggi. Ma sapete cosa? Nonostante la cocente delusione non mi sarei pentito. L’emozione, il vero motore, l’avrei vissuta in ogni caso.

Invece scrisse: “sto arrivando”. Mi cuore mi sobbalzò di nuovo in petto. Quando andai alla porta per accoglierla mi si parò davanti una ragazza giovane il cui visino acqua e sapone contrastava il vestitino bianco, corto, provocante e gli aggressivi stivali che indossava. A confondere ulteriormente i suoi occhiali le davano un tocco vagamente nerd. Era una bella ragazza, le sue foto non avevano mentito. Soprattutto era una ragazza audace a sufficienza da raccogliere la sfida di uno sconosciuto. Fino a quel punto era arrivata. Chissà quali erano stati i suoi pensieri contrastati nei giorni precedenti? Chissà cosa aveva provato e cosa infine l’aveva fatta decidere? Era emozionata almeno quanto me. Probabilmente di più. Per lei, come per qualsiasi donna, si aggiungeva il timore, larvato ma pur sempre presente, della sua incolumità personale; di non trovarsi in una situazione realmente pericolosa. Mi domandai se avesse preso qualche minima precauzione come avvisare qualcuno di fiducia sul luogo dove si stava recandi. Mi resi anche conto che, benché fosse arrivata fin lì, era visibilmente ancora combattuta e spaventata. Ero sulla lama del rasoio e ne ero perfettamente consapevole. Sarebbe bastato un gesto o una parola sbagliata e lei si sarebbe dileguata. Non volevo commettere errori e l’unica bussola di cui disponessi era il Dono della mia empatia; avvertire nella pancia le sue vibrazioni per accoglierle e farle mie.

Cercai di metterla a suo agio parlando del più e del meno, sottolineando le sue parole con ampi sorrisi che si volevano rassicuranti. La condussi nella stanza adibita a cucina dove i colleghi pranzavano abitualmente assieme. Mi sembrò così vuota, a me che ero abituata a vederla piena di persone e voci! Preparai un caffè per entrambi. Sembrava paralizzata e rispondeva a monosillabi. Al mio primo bacio non si sottrasse, ma neppure corrispose. La portai quindi alla mia postazione di lavoro e questa volta iniziò a baciarmi anche lei. I movimenti della sua lingua, via via più sensuali, mi davano la misura quanto stessi vincendo la battaglia. Per dirlo meglio: era lei stessa a combattere la sua battaglia fra il desiderio e la paura. Nulla di ciò che avrei potuto dire o fare avrebbe avuto il potere di convincerla. Non era neppure il mio scopo. Era una cosa sua: volevo che facesse solamente ciò di cui aveva voglia; avrei rispettato qualsiasi esito di quel suo conflitto intimo.

Che situazione paradossale! Quale teatro dell’ assurdo. Immaginate un giovane uomo e una ragazza in un ufficio deserto, vestiti di tutto punto come per una recita in cui noi eravamo assieme attori e spettatori. Un finto manager e una finta puttana. Riuscii ad abbassarle il vestito per scoprirle un seno pesante e opulento. Accettò di farselo baciare e leccare, ma quando pensavo ormai che lei avesse vinto la sua personalissima partita si tirò nuovamente indietro bloccandosi. Era seduta sulla mia sedia, io di fronte a lei sulla scrivania. Non diceva nulla. Non accennava nè a voler partire nè a proseguire il gioco della seduzione. Come escort, pensai fra me e me, non era troppo credibile!😜 Iniziai ad accarezzarle con finta indifferenza le gambe: era l’ultima carta da giocare, l’ultimo tentativo e lo sapevo. Era il tutto per tutto.

Non disse nulla. Mi lasciò fare. Si lasciò fare. Si lasciò sedurre da me e dalla situazione. Presi coraggio e le mie mani iniziarono una lenta  e perigliosa risalita lungo le sue gambe ancora strette e ostinatamente accavallate. Poi mi inginocchiai davanti a lei, le presi gentilmente le ginocchia e le divaricai. Il silenzio fra noi era assoluto. Iniziai a baciare le sue cosce, sempre con studiata lentezza, avvicinandomi al perizoma bianco che sembrava guardarmi e attrarmi. Spiavo ogni segno negativo da parte sua. Non mi incoraggiava, non diceva nulla. Le sue cosce erano ormai aperte, oscenamente aperte. Quando le mie mani scostarono il suo intimo e mi apparve la sua figa rosea presi sicurezza e iniziai a leccare. Non volevo più darle la possibilità di cambiare idea e approfittai del momento per sfilarle il perizoma. I suoi fianchi iniziarono, finalmente!, a oscillare e lì vinsi la partita. “Togli il vestito, togli tutto” le dissi un tono finalmente deciso e diretto.

Obbedì, ormai sconfitta più che da me dai suoi stessi desideri e dalla sua stessa voglia di godere. La ragazza era adesso completamente nuda su quella sedia. Era nuda e il suo corpo pulsava al ritmo della mia bocca. Quando la sentii completamente bagnata decisi che era il momento di possederla. Non le chiesi neppure di ricambiare quella coccola bagnata con la sua bocca, che ammiravo ormai socchiusa in una espressione di piacere. La sdraiai quindi sulla scrivania, esattamente come le avevo descritto e come desideravo. Ero ancora completamente vestito e anche quel contrasto faceva parte della fantasia che avevo condiviso con la ragazza; le appoggiai la cappella sulla figa umida e spinsi. Un unico movimento: fluido, controllato, profondo. Finché potevo, finché ne avevo.

Iniziai a sbatterla. Oggetti e fogli cadevano per terra, i suoi grandi seni oscillavano al ritmo dei miei colpi, la sua testa sporgeva al di là del bordo del tavolo. Era mia, si stava infine concedendo. Le tenevo le caviglie posate sulle mie spalle e potevo ammirare ogni dettaglio di una penetrazione trasgressiva della quale stavamo infine entrambi godendo. Quindi aa feci mettere piegata con il busto sulla scrivania, piegata a 90, possedendola ancora. Sempre più forte, sempre più intensamente. Il silenzio assoluto di quei locali che vedevo sempre animati era rotto unicamente dai suoi sospiri, dai suoi gemiti, dal suo ansimare sommesso mentre le afferravo saldamente i fianchi.

Infine le dissi “a quattro zampe per terra ora, non fare storie”. Del tutto soggiogata, obbedì ancora, senza fiatare; lo spettacolo della sua schiena arcuata, dei suoi buchi oscenamente offerti, della sua figa arrossata fu meraviglioso e osceno. Venni così, montandola come una cagna.

Non la rividi più. Mai più. Eppure avvertivo come quello spazio intimo avesse creato fra noi una sorta di misterioso legame.

Oggi, a distanza di anni, spero solo una cosa: che non si sia mai pentita e che serbi un ricordo bello di quella pazzia. Vivemmo una fantasia nostra; io la proposi e questa in qualche modo toccò le corde più intime e segrete della ragazza. Un suo desiderio inespresso e taciuto che attendeva però l’occasione di emergere. L’occasione giusta e soprattutto l’uomo giusto. Una fantasia fra due perfetti sconosciuti che avevano  avuto la possiblità e il coraggio di metterla in pratica. Certamente il suo coraggio era stato maggiore del mio; ma se penso all’età molto giovane che avevo, trovo di messo in mostra anche io tanta sicurezza. In ultima analisi era quella sicurezza vera e non simulata che ritengo l’avesse attratta. Online si può mentire abbastanza facilmente; non per nulla abbondano nel mondo libertino i leoni da tastiera. Presto o tardi però ci si mette in gioco, ci si deve esporre. Le maschere cadono subito. Parla la verità dei corpi. Parla la Verità delle Energie. Qualsiasi donna avverte immediatamente e istintivamente questa verità. E risponde di conseguenza.


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